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DI PUNTA E DI TACCO (parte prima)
Stefano Bedeschi

Quando i calciatori sono ancora dilettanti e spesso devono pagare di tasca propria il treno per le trasferte; quando solamente la radio (e a volte neppure quella) porta nelle case i risultati delle partite, con cronache spesso arricchite da avvenimenti mai accaduti e da “quasi goal”; quando il calcio è profondamente condizionato dalla situazione politica mondiale e, in particolar modo, dal nazismo. Giocatori e dirigenti deportati nei campi di concentramento, intere Nazionali fatte scomparire, manifestazione sportive cancellate dai tragici avvenimenti di quegli anni. Ma è anche un football spensierato, con centravanti che sfondano le reti con i loro tiri potenti, con artisti del pallone che “suonano il violino” o che “ballano il tango”, con portieri insuperabili che giocano con un braccio fratturato o attaccanti che tirano un rigore decisivo tenendo stretti i pantaloncini per non farli cadere. Tante storie narrate da un pallone che ancora rotolava per la gioia di chi ci giocava e per l’ingenuo entusiasmo di chi gremiva gli stadi.

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Dettagli

Libro: Bianco & Nero
Formato: 14,8 x 21 (A5)
Copertina: Morbida
Pagine: 221
Categoria: Sport e Giochi
Editor: Photocity Edizioni
Lingua: Italiana
ISBN: 978-88-6682-728-3

Biografia

STEFANO BEDESCHI
STEFANO BEDESCHI è nato a Reggio Emilia nel 1962. Accurato cantastorie, è capace di miscelare tutti gli ingredienti che fanno del calcio il gioco più bello del mondo. Da sempre appassionato di calcio e tifosissimo della Juventus, comincia ben presto a collezionare immagini e notizie riguardanti la squadra bianconera. Nel 2004 si iscrive in un forum juventino e da quel momento, con il nickname di Bidescu, comincia una stretta collaborazione con molti siti riguardanti il mondo bianconero (fra i quali “J1897”, “Vecchiasignora” e “Tuttojuve”) e con il settimanale “Nerosubianco”, prima in versione cartacea quindi nella versione on-line. Partecipa alla redazione del libro “I nostri campioni” a cura dell’ANAJ, con un pezzo dedicato ad Antonello Cuccureddu, insieme a prestigiose firme del giornalismo italiano. Fa parte del gruppo di scrittori di letteratura sportiva “Sport in punta di penna”, con il quale partecipa alla redazione di “Gol mondiali”. Un libro che ripercorre, attraverso diciannove racconti, la storia della Coppa del Mondo da Uruguay 1930 a Brasile 2014. stefanobedeschi62@gmail.com ilpalloneracconta.blogspot.it www.facebook.com/ILPALLONERACCONTA twitter.com/ilpalloneraccon www.scrittoridisport.it

Stralci

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Rafael Sansone

Io me la ricordo ancora quella notte d’agosto del 1931. Ma in che cavolo di posto sono capitato? Mi chiedevo. Era mezzanotte, il buio, il deserto. Fedullo mi accompagnò alla pensione di via San Vitale. Buio anche in quella strada e poi tutti quei portici che mi fecero pensare di essere capitato nel paese delle streghe. La pensione era al secondo piano, anche le scale erano buie. Fedullo mi disse di dormire e che alle dieci del mattino dopo mi avrebbe fatto conoscere un po’ la città. Ma che città poteva mai essere? Io il nome di Bologna e del Bologna non li avevo mai sentiti. E presi sonno solo perché ero stanco da morire. Ma il mattino dopo cominciai a passeggiare per via San Vitale e vidi che la gente vestiva benissimo e alle Due Torri fui come folgorato. Tutte persone elegantissime, mi pareva che la ricchezza colasse dai muri. Non avevo capito niente, non avevo capito che ero arrivato in paradiso. Fedullo mi portò al Pappagallo a fare una mangiata di quelle da ricordare, tortellini e gallina farcita con dolci vari. E subito feci la conoscenza del presidente Bonaveri, un autentico gentiluomo. Sul campo riuscii prestissimo ad ambientarmi. L’allenatore era Lelovich il quale mi spiegò che in Italia si doveva giocare così e così. Io gli dissi che avrei gradito giocare come mi avevano insegnato e lui mi rispose: va bene, facci vedere. Mi marcava nella partitella del giovedì un certo Martelli, uno bravissimo. Ogni finta che gli facevo lui gridava: «Socmel, mo socmel». Dissi a Fedullo: «Ma quello lì cosa vuole?» Fedullo mi spiegò che era un modo come un altro per essere ammirati di qualcosa.

(Rif. Pagina 180)

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